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Fate parte della categoria di persone che acquistano il Kamut nella convinzione di mettere in dispensa prodotti più sani e dai giusti valori nutrizionali? Forse vi sbagliate o, meglio, forse fino ad adesso vi hanno preso in giro. Sì, perché il Kamut, in realtà, è semplicemente il nome di un marchio e non del cereale stesso. Una bella trovata pubblicitaria, insomma, finalizzata a spillare qualche quattrino in più ai consumatori pur di vendere il prodotto.

Ma andiamo con ordine. Il Kamut è un cereale che fa parte della famiglia dei Triticum Turgidum, i celiaci non lo possono mangiare perché ricco di glutine e deve il suo successo alla quantità impressionante di informazioni che ne hanno accompagnato l’ingresso sul mercato. Sì perché a chiamarsi Kamut non è il cereale, ma l’azienda che lo produce: la Kamut International, fondata negli anni ’80 in Montana da Bob Quinn, colui che comincio a vendere prodotti a base di una varietà di cereale, chiamata Khorasan, a cui decise di cambiare nome.

La parola Kamut significa “grano” in antico egiziano e, infatti, sulle confezioni è sempre presente un simbolo formato da due piramidi. Forse, quello che vogliono farci credere è che questo grano antico e ricco di proprietà nutrizionali sia lo stesso coltivato ai tempi dei faraoni, ma in realtà questa varietà di cereale si coltiva in Iran.

Ricapitoliamo: il nome di questo cereale è stato associato al marchio dell’azienda, Kamut, e tutti i prodotti che oggi vediamo sugli scaffali del supermercato sono prodotti da aziende che lo lavorano sotto l’autorizzazione dell’impero Quinn. In più, come sanno bene i consumatori più esperti, il costo di questo cereale è molto alto e si aggira intorno ai 3 o 4 euro al chilo, quasi il triplo rispetto alle normali farine che invece costano circa 1 euro. Ne vale la pena?

Secondo alcuni studi effettuati dall’Università di Bologna e da quella di Firenze, le farine Khorasan hanno benefici antiossidanti e contro colesterolo e glicemia, ma rimane il fatto che si tratta di una varietà di grano che diventa davvero benefico se coltivato in modo biologico. Peccato che il 99% del Kamut è coltivato in America, in Montana, e in Canada ed è da lì che questo cereale parte per fornire tutti i nostri supermercati. Al bando il Km 0, insomma, e se consideriamo che il 50% della produzione mondiale di Kamut è destinata all’Italia, l’affare si complica.

Nel nostro paese da moltissimo tempo in alcune zone dell’Abruzzo e della Lucania si coltiva una varietà di grano Khorasan, conosciuto anche con il nome di grano Saragolla. Ma perché nessuno considera questo tipo di coltivazione, molto più a Km 0 rispetto al grano che arriva da oltreoceano e che conosciamo con il nome Kamut?

Perché il marchio Kamut ha instaurato una sorta di monopolio e attraverso potenti campagne pubblicitarie ci ha fatto credere che dietro questo nome si celi l’unica vera varietà di grano alternativo, salutare e biologico. Ora che conosciamo tutte queste informazioni, vale ancora la pena spendere molto denaro per acquistare prodotti Kamut, quando qui in Italia possiamo trovare farine tradizionali e biologiche i cui valori nutrizionali non sono diversi da qualunque altro tipo di cereale?

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